
Arrivato il 16 luglio 1844 sulla collina di Albaro, ad est delle mura di Genova, si aspettava di trovare uno dei siti prediletti della nobiltà genovese che la aveva costellata di ville e giardini, dagli interni preziosamente decorati e dai giardini arricchiti di mosaicolture e agrumi di cui, per due secoli, avevano scritto diversi autori8. Lì, ad Albaro, c’era la Villa che già aveva abitato Lord Byron. Nei primi decenni dell’Ottocento, tuttavia, la maggior parte di esse erano state abbandonate o affidate ad istituti religiosi, perché l’aristocrazia genovese aveva concentrato le sue attenzioni sulle riviere, soprattutto di ponente, dove erano stati realizzati giardini come quello di Villa Rostan a Multedo, di villa Pallavicini a Pegli, delle Ville Durazzo e Serra a Cornigliano e di Villa Brignole Sale a Voltri.
L’impressione che Dickens ha di Albaro, dunque, non è certo delle più felici. Per avere un’idea più efficace si può seguirlo idealmente in una delle sue passeggiate, mentre descrive le condizioni della Villa Brignole Sale, affidata all’epoca ad una scuola di gesuiti. «Entrai nel recinto in demolizione […] non credo che ci fosse una sola pietra intera in tutto il lastricato. Nel centro vi era una statua malinconica, così screpolata nella sua decadenza che sembrava quasi incerottata e ricoperta poi di cipria. Le stalle, le rimesse, gli uffici erano tutti vuoti, tutti in rovina, tutti assolutamente deserti». Sceso nel giardino lo trova «desolato, sbandato, troppo o non abbastanza rigoglioso». Dickens, che gironzola curioso senza una direzione, si paragona poi ad una lucciola solitaria che, comparsagli davanti, proprio come lui, «svolazza in su e in giù, con angoli repentini […] come fosse in cerca della gloria e si domandasse (sa il Cielo quanto!) dove fosse finita». La sua dimora ad Albaro, Villa Bagnarello, trovata grazie all’amico Angus Fletcher, e che egli non esita a chiamare la Prigione Rosa, non è di suo gradimento. La descrizione degli ambienti e degli arredi incede sugli insetti presenti, sui mobili pesanti, sulle pareti bianche e sulle cucine che gli sembrano un laboratorio alchemico pieno di oggetti curiosi e sconosciuti. […] Trascorrono i giorni e la sua impressione iniziale cambia progressivamente. Dalle finestre di Villa Bagnarello, sulla collina di Albaro coglie alcuni aspetti peculiari di quel paesaggio unico, stretto tra colline e mare. La vista a sud, su interminabili vigneti che contrastano con il blu del Mar Ligure, gli danno conforto e lo affascinano. L’attenzione verso i contadini, i loro figli, e verso le tradizioni popolari rispecchia quella sensibilità per il mondo arcadico tipica del mondo culturale anglosassone e, in generale, del mondo culturale e artistico europeo. Basti pensare ai ritratti realistici delle popolane italiane e drammatici di Théodore Gericault, o a quelli idealizzati di Louis-Léopold Robert o ancora ai paesaggi, costellati di contadini al lavoro, dipinti da Thomas Patch, Joseph Wright e di Arthur John Strutt le cui lettere scritte nel suo Pedestrian tour in Calabria & Sicily furono pubblicate a Londra nel 1841, riscuotendo un notevole interesse. In una missiva spedita da Charles Dickens a Daniel Maclise il 22 luglio 1844, cogliamo una descrizione suggestiva di quel paesaggio di villa genovese: «non ho mai visto quel verde, verde, verde, come palpita tra le vigne sotto le finestre; né quel lilla e il viola che fluttua tra me e le distanti colline, né, in qualunque cosa, immagine, libro o nel più puro ozio, un terribile, solenne, impenetrabile blu, come questo mare».
Charles Dickens dunque non si fece sopraffare dalle prime impressioni e, soprattutto grazie ad amicizie locali, imparò a conoscere la città, i suoi protagonisti, i suoi luoghi più nascosti che erano quelli che destavano in lui più interesse e curiosità. È una città che «ti conquista gradatamente», scrisse in Pictures from Italy.

